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Educare all’attenzione: la scuola come spazio di presenza

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In alcune lezioni c’è un momento preciso che ogni docente riconosce subito, ma che fatica a raccontare a chi non è presente: la classe che un attimo prima chiacchierava, si sistemava al proprio posto, cercava il diario nello zaino, all’improvviso smette di muoversi, senza che nessuno abbia alzato la voce.

Basta una storia raccontata bene, o un problema lasciato a metà sulla lavagna, perché venti ragazzi si ritrovino per qualche minuto sintonizzati sulla stessa identica idea. Oggi, però, momenti di questo tipo sono diventati più rari, ed è forse per questo che, quando si verificano, lasciano un segno ancora più profondo.

L’ultimo monitoraggio del Ministero dell’Istruzione e del Merito sull’uso del digitale nelle scuole, relativo all’anno scolastico in corso, offre un riscontro su scala nazionale di questo fenomeno: oltre il 90% degli istituti secondari ha ormai inserito nei propri regolamenti il divieto di utilizzare i cellulari in classe

Il privilegio nascosto dell’aula

Molti contenuti online sono progettati per favorire una fruizione rapida e frammentata, e i feed “premiano” chi scorre veloce.

Invece, con gli smartphone spenti negli zaini e lo sguardo che smette di cercare altro, in classe succede qualcosa che altrove è raro: si sviluppa un pensiero che dura più di pochi secondi.

La scuola, al contrario, resta uno degli spazi in cui è ancora possibile chiedere ai ragazzi di svolgere un allenamento particolare: concentrarsi su un’idea abbastanza a lungo da poterla capire davvero. Così, l’aula diventa quasi per caso il luogo che custodisce la capacità di fermarsi su un pensiero invece di sfiorarlo appena.

La conoscenza per imitazione

Se la classe è uno dei pochi spazi con queste caratteristiche, cambia anche il senso del lavoro dell’insegnante. Spesso, è facile pensare che l’attenzione degli studenti si ottenga con lo strumento giusto: un video, un gioco, una gara a squadre, un’app che trasforma l’esercizio in punteggio. Funziona spesso, ma rischia di insegnare una lezione diversa da quella che si voleva dare e i ragazzi imparano che vale la pena prestare ascolto solo quando qualcuno li sta intrattenendo.

C’è un’altra strada, meno immediata e più lenta da costruire, che passa dal modo in cui un docente ascolta a propria volta. Fermarsi su una domanda posta male, cercando di guardare chi sta parlando invece di correggere già mentalmente la frase successiva, può educare all’ascolto quanto, e talvolta più, di una spiegazione ben delineata. I ragazzi imparano che cosa significhi prestare attenzione quando si sentono, per primi, oggetto di un coinvolgimento autentico

L’attenzione dei giovani, infatti, passa dal coinvolgimento emotivo, prima ancora che dal contenuto, un’idea che risale a Platone e che Umberto Galimberti ha condiviso in una delle scorse edizioni di EducAbility: si impara per fascinazione, più che per obbligo. Prima di arrivare alla mente di uno studente, bisognerebbe intercettarne l’interesse, occupandosi della persona prima ancora che del metodo. 

Quella noia che oggi fa più fatica a essere sostenuta 

C’è poi un secondo nodo che riguarda la concentrazione: il rapporto con i tempi vuoti. L’iperstimolazione ha reso più difficile concentrarsi e altrettanto difficile tollerare il momento in cui non succede nulla.

Il compito che richiede dieci minuti di riflessione prima di trovare la soluzione, la pagina che va riletta due volte: sono tutte forme di un vuoto che oggi molti ragazzi faticano a reggere senza cercare subito un rifugio nello schermo.

Anna Oliverio Ferraris, in uno degli appuntamenti di EducAbility, ha ricordato un dato che aiuta a leggere questo fenomeno senza colpevolizzare nessuno: a sei anni i tempi di concentrazione sostenuta si aggirano tra i dieci e i quindici minuti, e crescono solo gradualmente, lezione dopo lezione, anno dopo anno. 

A quell’età l’attenzione è ancora un “muscolo” giovane e nessuno può pretendere una tenuta che il cervello non ha ancora costruito. Superato il primo impulso a distrarsi, l’attenzione può consolidarsi e diventare più stabile. 

La scuola può essere uno degli unici ambienti che permette di restare in quella sospensione senza colmarla subito. Un allenamento a una capacità che serve ben oltre i banchi: quella di stare in un pensiero incompiuto senza l’ansia di doverlo chiudere immediatamente. 

Chi insegna conosce il momento in cui uno studente, dopo un silenzio scomodo, trova finalmente la parola giusta; è un piccolo segnale che qualcosa, in quel ragazzo, gli ha permesso di reggere il silenzio invece di scappare da esso.

Un gesto che si tramanda

In un’era tecnologica come quella che stiamo vivendo, che ci spinge continuamente altrove, restare presenti è un privilegio raro che la scuola può ancora consegnare ai ragazzi; quel minuto di silenzio riaffiora quando l’aula torna a essere uno spazio in cui vale la pena fermarsi, in cui non tutto deve accadere subito, e custodire quegli istanti diventa un atto di fiducia nel tempo necessario affinché un’idea maturi. 

Approfondiremo queste tematiche al prossimo evento che puoi scoprire cliccando qui.