In Giappone esiste un’espressione per descrivere quello che succede ogni anno, puntuale come il calendario: il gogatsu-byo, letteralmente “malattia di maggio”, un fenomeno ormai riconosciuto. Ogni aprile, con l’inizio del nuovo anno scolastico, migliaia di studenti e insegnanti entrano in un tunnel di apatia e demotivazione. Il ritmo quotidiano è sempre più frenetico ed esigente, ma il corpo e la testa faticano a stargli dietro.
In Italia il calendario è diverso, ma il meccanismo no. Arrivati agli ultimi mesi dell’anno scolastico, qualcosa si incrina: nei ragazzi, nei professori, nel clima generale delle classi. E questa indisposizione dell’animo non se ne va con l’estate, bensì si ripresenta con l’inizio delle lezioni. Dare un nome a questo fenomeno, come fa la cultura giapponese con molte “malattie del cuore”, è già un primo modo per prenderlo sul serio.
Il burnout scolastico esiste, e riguarda i ragazzi
C’è una certa resistenza, culturalmente, ad associare la parola burnout agli studenti, poiché i ragazzi dovrebbero avere energie da vendere, stimoli continui e la curiosità di non fermarsi mai. Non a caso si tratta di un termine che si associa solitamente agli adulti, al lavoro, alle responsabilità. Eppure, il burnout scolastico adolescenziale esiste, è in crescita, e racconta qualcosa di importante.
Uno studio che ha confrontato studenti italiani e svizzeri ha rilevato che i primi mostrano livelli di stanchezza e cinismo nei confronti della vita scolastica più elevati rispetto ai coetanei svizzeri, una differenza che gli stessi ricercatori mettono in relazione, almeno in parte, con l’assenza nel sistema italiano di figure di supporto psicosociale stabili all’interno delle scuole. I dati più recenti, inoltre, evidenziano che il 75% dei ragazzi dichiara di vivere episodi di stress scolastico frequenti, e quasi uno studente su quattro riferisce difficoltà del sonno durante il periodo scolastico.
Il burnout scolastico negli adolescenti si misura attraverso tre dimensioni: l’esaurimento emotivo, il cinismo progressivo verso tutto ciò che riguarda la scuola e il senso di inadeguatezza. Tre cose che tendono a presentarsi insieme, in particolar modo verso la fine dell’anno scolastico, quando le verifiche e le interrogazioni, fissate per aiutare i ragazzi a recuperare brutti voti, si accumulano a tal punto da produrre effetti negativi sulla loro salute mentale.
Una pigrizia di facciata: come si manifesta il burnout
Il burnout ha conseguenze dirette su ciò che accade in aula ogni giorno. Quello che dall’esterno sembra disinteresse o svogliatezza è spesso un sistema nervoso in riserva. Il cervello sotto stress cronico, infatti, tende a operare in modalità difensiva, conservando le energie ed evitando l’esposizione a nuovi stimoli. E le funzioni cognitive che ne risentono di più sono proprio quelle che servono maggiormente a scuola: concentrazione, memoria di lavoro, capacità di ragionare su problemi nuovi.
Un ragazzo sulla soglia del burnout non apprende meno perché non vuole farlo, ma perché le condizioni interne in quel momento non lo permettono. E caricarli di ulteriore pressione non cambia la situazione.
Questo pone gli insegnanti davanti a un problema tangibile: come intervenire in una classe dove l’energia è agli sgoccioli con ancora un programma da completare e ultime interrogazioni da fare?
Rispondere a questa domanda delicata non è facile, ma una risposta potenziale è nel concetto di classe in sé, che non è un semplice luogo, ma una palestra di vita, in cui diversi microuniversi entrano in collisione. In questa cornice, anche l’energia di chi insegna diventa parte dell’equilibrio complessivo, contribuendo a contenere la stanchezza che attraversa la classe oppure, involontariamente, amplificarla.
Il ruolo degli insegnanti: una risorsa che va preservata
Secondo il report Global Education Insights 2025 di McGraw Hill, oltre il 70% dei docenti italiani si sente sovraccarico emotivamente, e il 58% dichiara sintomi riconducibili al burnout. Numeri che aiutano a comprendere quella dinamica che Giorgio Nardone, psicoterapeuta e fondatore del Centro di Terapia Strategica di Arezzo, ha descritto in uno dei precedenti appuntamenti di EducAbility: chi educa sotto stress tende a ricorrere a reazioni disfunzionali.
Sono reazioni che nascono da buone intenzioni, ma che finiscono per aggravare il problema anziché risolverlo. Infatti, l’aumento della pressione quando i risultati calano, la moltiplicazione dei compiti, il controllo più rigido, sono tutti esempi di soluzioni che “hanno senso” ma che, nel lungo periodo, rischiano di alimentare il circolo vizioso invece di interromperlo.
Il punto è che un insegnante stanco è molto più esposto a queste dinamiche, poiché la stanchezza riduce l’accesso a quella parte riflessiva che permette di fare un passo indietro e scegliere una risposta diversa da quella automatica.
Prendersi cura del proprio stato emotivo entra di fatto nel lavoro educativo stesso. Chi insegna in uno stato di esaurimento cronico difficilmente riesce a essere quel punto di riferimento stabile di cui i ragazzi hanno bisogno. La presenza, l’ascolto, la capacità di capire cosa sta succedendo davvero in una classe richiedono energie e quando si arriva a fine anno, queste cose sono spesso le prime a diventare difficili.
Raffaele Ciambrone, esperto di inclusione scolastica a livello europeo, durante una delle edizioni di EducAbility ha approfondito come semplici interventi sulle modalità di insegnamento, quali alternare attività intellettuali e motorie, o creare un clima in cui i ragazzi si sentano davvero visti, producano effetti concreti sulla motivazione, anche nei momenti più difficili dell’anno. Sono azioni che non richiedono necessariamente tempo o risorse aggiuntive, ma che chi le mette in atto abbia ancora qualcosa da cui attingere.
Riconoscere la stanchezza prima che diventi altro
La gogatsu-byo giapponese ha una caratteristica che vale la pena notare: viene nominata, è parte del vocabolario comune, viene trattata come qualcosa che succede a molte persone in un certo momento dell’anno, non come una debolezza. E questo cambia il modo in cui ci si rapporta a essa.
Forse vale qualcosa di simile anche per il burnout di fine anno nelle scuole italiane. Prendere in considerazione la possibilità di riconoscere la stanchezza, senza trasformarla in colpa, può essere già un primo passo per affrontarla sotto un nuovo punto di vista. Quando gli insegnanti riescono a mantenere uno sguardo attento sui propri studenti, ciò può fare una differenza importante nel clima della classe.
Per quanto riguarda gli studenti, la ricerca sul burnout scolastico indica che percepire una forma di supporto da parte dei professori, dei compagni o della famiglia, è una delle variabili più associate alla riduzione del rischio di esaurimento. Bisogna rendere visibile la relazione, far sentire ai ragazzi che c’è qualcuno che vede come stanno, al di là dei voti.
