Chi insegna lo sa bene: ci sono giorni in cui entrare in classe e iniziare a spiegare sembra impossibile. Non perché manchino i contenuti, ma perché nell’aria si avverte una tensione sottile, spesso nata da pochi studenti, che si diffonde silenziosa fino a coinvolgere tutti, adulti compresi.
In quei momenti, diventa sempre più evidente che la scuola non è un semplice luogo di apprendimento, bensì un luogo dove si vivono esperienze emotive potenti, capaci di aprire o chiudere completamente la porta dell’attenzione e dell’ascolto. E allora la rabbia, l’opposizione, la provocazione da parte dei ragazzi smettono di essere semplicemente “comportamenti difficili” e iniziano a raccontare qualcosa di profondo, attraverso il linguaggio di un corpo che reagisce a una minaccia percepita, reale o meno che sia.
Tra reazione e relazione: trasformare l’aula in comunità
Di fronte a questi atteggiamenti, anche l’insegnante è chiamato in causa con tutta la sua umanità, perché la risposta che nasce spontanea è spesso una forma di autodifesa, un riflesso antico di “fuga o di attacco”, che si manifesta nell’alzare la voce, imporre compiti aggiuntivi come forma di punizione o fissare verifiche supplementari nel tentativo di ristabilire un controllo che sembra scivolare via. Eppure, proprio queste reazioni rischiano di innalzare muri invisibili, allontanando gli studenti dalla possibilità di imparare davvero.
Perché quando la scuola viene vissuta come un campo di battaglia, l’energia mentale si consuma nella difesa e nella sopravvivenza, non nell’apprendimento. Al contrario, quando l’aula si trasforma in una comunità, si crea una vera e propria condizione neuroeducativa, poiché anche il cervello cambia assetto: rallenta, si apre, ascolta ed è più incline alla cooperazione.
È proprio in questo spazio, tra la reazione istintiva e la possibilità educativa, che l’insegnante può scegliere una terza via: quella che Stefano Rossi – psicopedagogista e uno tra i massimi esperti di didattica cooperativa e di educazione emotiva di bambini difficili e ragazzi a rischio – definisce “porto sicuro”.
Andare oltre gli atteggiamenti ostili per riconoscere la vulnerabilità emotiva
Una strada in cui il docente non solo diventa un punto di riferimento emotivamente stabile, ma contribuisce ad abbassare la temperatura dell’aula, a restituire sicurezza a chi ne è privo e ad aprire le condizioni in cui l’apprendimento può finalmente tornare a essere possibile, vivo, umano.
Ciò non significa essere permissivi né rinunciare al proprio ruolo, significa, piuttosto, diventare un argine solido e affidabile, capace di contenere senza ferire, di guidare senza invadere.
Perché il primo gesto educativo, soprattutto di fronte a studenti arrabbiati o ostili, è riconoscere il loro diritto a provare rabbia, frustrazione, chiarendo al tempo stesso il confine che non può essere oltrepassato. Un confine che si delinea dicendo esplicitamente al ragazzo: “Hai diritto a essere arrabbiato, ma non hai diritto a essere violento. Spiegami cosa c’è dentro la tua rabbia, cosa ti ha fatto scattare. Aiutami a capire, perché mi interessa”.
Parlare alla mente e al cuore degli studenti difficili per educarli al futuro
Un messaggio semplice solo in apparenza, che tiene insieme limite e riconoscimento, struttura e cura, e che può arrivare davvero solo se veicolato attraverso un tono di voce adeguato.
Il cervello emotivo dei ragazzi, in particolar modo di quelli che faticano a regolare le proprie emozioni, non ascolta argomentazioni razionali quando è in allarme, ascolta il clima, il ritmo, la qualità affettiva della relazione. Un tono fermo ma caldo, stabile ma non minaccioso, diventa allora uno strumento capace di disinnescare la spirale difensiva che si attiva quando lo studente si sente giudicato o sotto attacco.
Uno spazio protetto, fatto di limite chiaro e di presenza affidabile, nel quale l’ira può trasformarsi gradualmente nella capacità di nominare le emozioni, raccontarle, rielaborarle. Qui l’educazione compie uno dei suoi gesti più alti: non spegnere la tempesta con la forza, ma insegnare a navigarla insieme, trasmettendo implicitamente una competenza fondamentale per la vita, ossia la regolazione emotiva.
